Archivio Autore

Nel continente nero: incontro ad Ascoli con Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it

17 Giugno 2024

Nell’ambito delle celebrazioni per l’80mo anniversario della Liberazione di Ascoli Piceno dal nazifascismo, si è svolto presso la libreria Rinascita l’incontro con il direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato, per la presentazione del suo ultimo libro, edito da Rizzoli, sull’avanzata delle destre in Europa, “Nel continente nero”.
L’incontro, a differenza di quanto previsto, si è svolto tramite un collegamento online, in quanto l’enorme clamore suscitato dall’inchiesta di Fanpage.it sulle organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia e sull’ indottrinamento di chiara matrice neofascista svolta, hanno impedito l’allontanamento di Cancellato dalla propria sede di lavoro.
Di notevole interesse gli approfondimenti di Cancellato sia sull’ approvvigionamento di fondi a favore dei partiti e delle organizzazioni di destra in Europa (finanziamenti che provengono non solo dalla Russia ma anche da Stati Uniti, Brasile, Messico e gruppi industriali europei), per contrastare le politiche europee sull’immigrazione, sui diritti, sulla transazione ecologica, sia sull’analisi del voto europeo e sulle conseguenze che tali scelte determineranno in Europa.

A Castignano, bivio Capradosso, per ricordare le vittime del nazifascismo e a Colle San Marco in memoria dell’eroica Brigata Maiella

16 Giugno 2024

Questa mattina, alle ore 9,15, una delegazione dell’ANPI provinciale si è recata a Castignano (AP), al bivio per la frazione di Capradosso, per commemorare il sacrificio degli ostaggi fucilati dai tedeschi in ritirata il 16 giugno del 1944: Luigi Cicconi, Emidio Lucidi, Giuseppe e Domenico Villa.

Molto spesso, a ricordare i fatti e i misfatti degli uomini, anche quando l’ultimo dei testimoni viventi è scomparso, resta un altro genere di creature, viventi anch’esse, ma non dotate di linguaggio, almeno non quello che siamo abituati a discernere con le nostre comuni facoltà intellettuali: sono gli alberi che, al contrario dell’uomo, possono tramandare anche per molti secoli la memoria di ciò che hanno visto.

Uno di questi, è una grande e maestosa quercia, radicata in contrada Monte, comune di Castignano.

La pianta non raggiunge le dimensioni paradossali di alcune sue simili, essendo dotata di fusto di “soli” m. 3,52 di circonferenza, sormontato da un’interessante chioma di 20 metri di diametro; ma dove non arrivano le dimensioni, suppliscono una figura esteticamente molto apprezzabile, e soprattutto le storie, non tutte belle, ma sicuramente importanti, che essa è in grado di raccontare.

Vi si arriva agevolmente da Castignano, prendendo la strada per Ascoli Piceno. Allorché si giunge al bivio per Capradosso, la quercia ci si para davanti, proprio in mezzo al bivio.

Proprietaria della pianta, è da sempre la famiglia Villa, residente sul luogo ma, a seguito di vari ampliamenti della sede stradale, forse oggi essa entra nella fascia di pertinenza della Provincia. 

La pianta, al di là dei tragici episodi di cui è stata testimone, è stata una presenza importante nella vita delle varie generazioni dei Villa, che l’hanno sempre considerata quasi come un membro della famiglia.

La forma del primo palco di rami è curiosa e molto caratteristica, assomigliando a un candelabro. Proprio sopra i bracci di questo candelabro, veniva in passato collocata la “fascinara”, vale a dire una catasta di fascine di legna. La collocazione in quel posto aveva la funzione di favorire l’essiccazione della legna stessa e renderla presto utilizzabile nel camino di casa.

C’era, tuttavia, una seconda ragione, recondita e inconfessata. La legna era, nei tempi passati, l’unica risorsa energetica, per riscaldarsi e per cucinare; pertanto, doveva bastare per tutto l’anno, fino a quando, cioè, non si rendeva disponibile quella proveniente dalle potature dell’anno successivo. Il fatto che la catasta fosse collocata in un posto così difficile da raggiungere, se non con l’uso di una pericolosa scala a pioli, era un incentivo a fare economia, e a far durare quanto più possibile le fascine, una volta prelevate.

Secondo quanto asseriva Francesco Villa, combattente della Prima Guerra Mondiale, deceduto nel 1961, la pianta era già esistente, e di belle dimensioni, all’epoca della sua fanciullezza. Sommando il secolo trascorso dall’infanzia di Francesco, all’età che avrebbe potuto avere una quercia già grande, non si va lontani dal vero se le si attribuiscono due secoli di vita.

Sotto l’ombra della Quercia, un monumento commemorativo invita a tacere e riflettere. Fu proprio in quel punto che avvenne l’episodio più tragico fra tutti quelli cui la pianta dovette assistere nel corso della sua bisecolare esistenza.

Dei numerosi, tragici episodi legati alle lotte della Resistenza e alle susseguenti sanguinose rappresaglie nazifasciste, alcuni oggi vengono ampiamente e giustamente ricordati con grandiosi monumenti commemorativi e annuali cerimonie di richiamo (per ricordare qualche nome: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Boves…). Altri, la maggior parte purtroppo, sono rimasti quasi sconosciuti e, con la scomparsa degli ultimi testimoni corrono il rischio di venire del tutto dimenticati.

Uno di questi episodi “minori”, avvenne, appunto, in località Monte, comune di Castignano.

Era il 16 giugno 1944. Proprio in quei giorni, nel corso di un’azione partigiana, era stato ucciso un soldato tedesco e, come consuetudine e prassi, sulla base degli ordini impartiti da Hitler, il comandante tedesco avrebbe dovuto uccidere dieci italiani per ogni tedesco.

Effettuato il rastrellamento e catturati i primi quattro italiani capitati a tiro, li fece condurre proprio sotto la quercia, dove vennero fucilati.

Per tutti e quattro, è facile e triste immaginarlo, la grande chioma della quercia, che li avvolgeva con il suo abbraccio materno, fu l’ultima immagine che i loro occhi videro, prima del buio della morte.

Due dei quattro, appartenevano alla famiglia Villa ed uno, Giuseppe, era proprio il fratello di Francesco.

Qualche anno dopo, il 18 maggio del 1950, al termine dell’annuale festa di san Gabriele dell’Addolorata, patrono del luogo, il signor Francesco, che faceva parte del comitato dei “festaroli”, si accorse che erano avanzati dei soldi con i quali egli propose, e ottenne, che venisse eretto, nello stesso punto in cui erano cadute, il monumento a ricordo delle vittime, i cui nomi e i cui volti possono essere letti e conosciuti su una parete dello stesso.

Onore ai Caduti per la nostra Liberazione!

Nella stessa giornata L’ANPI PROVINCIALE DI ASCOLI PICENO e L’ANPI provinciale di Teramo, insieme a CGIL, CISL e UIL, hanno ricordato a Colle San Marco, sui sentieri Partigiani, le eroiche gesta della Brigata Maiella.

Nel settembre del 1943 l’Abruzzo fu attraversato dalla Linea Gustav, che stanziò per lunghi mesi lungo i fiumi Sangro ed Aventino. Le prime forme di resistenza popolare, nacquero qui in modo embrionale, spontanee ed istintive, per sottrarsi ai bandi di reclutamento per i lavori coatti ed evitare il prelevamento forzoso di beni indispensabili alla sussistenza, ma si organizzarono presto in resistenza armata. Alla macchia, rifugiati nei boschi, nelle stalle e nei casolari sperduti, gli uomini della Majella coltivarono precocemente l’idea di un’opposizione aperta all’esercito invasore. L’occasione divenne concreta quando alla fine di novembre il V corpo inglese, attraversato il Sangro, si attestò a Casoli, distante pochi chilometri dalla zona montana e pedemontana della Majella, dove le divisioni germaniche si erano trincerate e dove il 16 novembre del 1943 erano già stati distrutti 16 comuni. I tedeschi, in ritirata, applicavano la logica della “terra bruciata”, radendo al suolo interi abitati ed abbandonandosi alle violenze più abbiette contro donne, anziani e bambini (Stragi di Sant’Agata e Pietransieri). Dai paesi devastati si avviò una lunghissima scia di sfollati verso le aree liberate. Ettore Troilo, avvocato torricelliano, antifascista di lungo corso, era tra loro. Attivo fin dalle prime ore nella resistenza romana, anche in Abruzzo egli fu tra i primissimi a comprendere la necessità di reagire. Dal dicembre del 1943 si prodigò per superare le diffidenze del comando alleato di stanza a Casoli, riuscendo, non senza difficoltà, a far accettare un plotone di volontari italiani che coadiuvasse gli inglesi nelle operazioni di pattugliamento e di sostengo ai civili. 
Nacque così il Corpo Volontari della Maiella (5 dicembre 1943), in seguito denominato Banda Patrioti della Maiella (28 febbraio 1944). Grazie alla fiducia del Maggiore Lionel Wigram, la Banda fu aggregata al V Corpo britannico dell’VIII armata e divenne operativa militarmente, accogliendo via via i gruppi spontanei che si erano contestualmente formati in altri centri della medesima area (Gessopalena, Lama dei Peligni, Civitella Messer Raimondo, Palombaro, Pizzoferrato ed altri). Le condizioni per l’accettazione della Banda da parte degli alleati si basarono su due fondamentali presupposti: la subordinazione militare al comando inglese e l’apartiticità. Ne deriva che le prime operazioni dei partigiani della “Maiella” avvennero sotto la direzione di ufficiali inglesi, segnatamente di Lionel Wigram, incaricato dei rapporti con i volontari e del loro utilizzo. Fu lo stesso ufficiale a decidere gli attacchi su Quadri, Fallo, Montelapiano e Pizzoferrato, dove perse la vita. Le operazioni iniziali intendevano spezzare i collegamenti tedeschi con le retrovie, segnatamente con Palena e Roccaraso. Colpiti in questa direzione, infatti, i tedeschi avrebbero dovuto non solo abbandonare la valle del Sangro-Aventino, ma avrebbero lasciata aperta agli alleati la strada verso Pescara e quindi verso Roma. Se ciò fosse avvenuto il generale Montgomery dal fronte adriatico avrebbe anticipato Clark sul tirrenico nella liberazione della capitale. Com’è noto tuttavia, nonostante i durissimi scontri, anche sul caposaldo di Ortona, la linea del fronte rimase inamovibile fino alla primavera successiva.

Il requisito dell’apartiticità rimase una caratteristica della Maiella, senza implicare un disinteresse politico. Ettore Troilo, di solida fede socialista (era stato allievo di Turati e collaboratore di Matteotti), evitò di esercitare influenza politico-ideologica sui suoi uomini. Lo stesso atteggiamento fu tenuto dal vice comandante Domenico Troilo, che pure, nella primavera del 1944, aderì al partito comunista. Orientamento esplicito comune a tutti i membri della “Maiella”  fu invece quello istituzionale a favore della Repubblica, che consentì ad Ettore Troilo di resistere alle esortazioni del capo di stato maggiore Messe di entrare a far parte dell’esercito regolare che si andava ricostituendo, conservando in tal mondo autonoma libertà di ispirazione e d’azione per la propria Banda. Pertanto la “Maiella” fu ufficialmente riconosciuta dal Regio Esercito come il primo reparto autonomo di volontari italiani. Gli Abruzzesi, ricordando l’abbandono del Re Vittorio Emanuele III da Ortona, combatterono nell’organico strutturale dell’Esercito senza portare le stellette, indossando solo il tricolore. 
Significativo rimane l’episodio del 9 marzo 1944, quando il Generale Giulio Properzi, Comandante la 209a Divisione di Fanteria, che aveva preso amministrativamente in carico la Banda, si recò a Casoli per portare ad una rappresentanza di combattenti appositamente convenuta dal fronte il plauso suo e del Maresciallo Messe. Il Generale invitò i Patrioti schierati al saluto al Re, ma nessuna voce rispose. Ripetuto il saluto, questo non fu ancora raccolto. Al terzo invito una voce sola gridò “Viva l’Avv. Troilo”; e a questa fece eco un grido compatto: “Viva l’Italia!”. Il Generale abbozzò un sorriso e rinunziò al saluto al Re. Per tutto il corso dell’inverno e della primavera i Patrioti della “Maiella” sostennero molti scontri contribuendo in modo determinante alla liberazione definitiva dell’Abruzzo. Dopo la morte di Wigram, il collegamento fu affidato al tenente inglese Lamb. In accordo con lui vennero occupate Torricella Peligna e in particolare Fallascoso, che divenne il presidio più avanzato di tutto lo schieramento alleato. 
Il 9 giugno del 1944, attraverso il Guado di coccia, la “Maiella” oltrepassò il contrafforte montagnoso omonimo, dilagò nella Valle Peligna e raggiunse L’Aquila, Campo di Giove e Pacentro. Sulmona fu liberata il 13 giugno. Gli abitanti, che attendevano l’arrivo delle truppe inglesi e avevano tappezzato la città di manifesti di benvenuto in lingua anglosassone, rimasero meravigliati nel vedere i partigiani italiani; passata l’incredulità si abbandonarono ai festeggiamenti ed aderirono in massa alle fila della formazione. La Banda registrò un forte incremento. Da allora fu aggregata al II Corpo polacco del colonnello Wilhem Lewicki. La “Maiella”, che rappresentava a quel punto la forza e lo spirito dell’intero Abruzzo, continuò a combattere all’inseguimento dell’esercito germanico. Passò dal proprio territorio alle zone del Chienti e dal Chienti all’Esino fino alla linea del Senio, liberando nelle Marche: Tolentino, San Severino, Serralta, Cingoli (coi partigiani locali anch’essi arruolati), e ancora Apiro, Cupramontana, Arcevia, Caldarola e Montecarotto, fino allo sfondamento della Linea Gotica, avvenuto con la liberazione di Pesaro il 2 settembre 1944.
Nella risalita d’Italia, la “Maiella” operò in costante offensiva tattica, spesso in completo isolamento dai reparti più prossimi e comprendo settori di ampiezza di 15-20 km, di fronte ad un nemico enormemente più forte per mezzi ed unità disponibili. I suoi uomini maturarono così in esperienza militare e coscienza politica. A settembre 1944, durante una breve sosta a Recanati, il comando alleato decise l’aumento degli effettivi di circa mille unità, affidando all’aiutante maggiore del Gruppo, il dr. Vittorio Travaglini, il reclutamento in Abruzzo di nuove leve e graduati. Il consistente incremento di organico, raggiunto sempre su base di volontarismo, comportò la ristrutturazione delle compagnie e venne segnato dall’assunzione del nome definitivo di Gruppo Patrioti della Maiella(settembre 1944). La notte del 20 novembre 1944 la “Maiella” tornò di nuovo in linea. Il Gruppo continuò a distinguersi per il coraggio e l’ardimento nelle azioni: impiegato in Romagna occupò d’assalto Monte Castellaccio, Pietramore, Monte Ceparano, Bicocca, Brisighella (5 dicembre 1944), Monte Mauro e Monte della Volpe, tutti posti su terreni minati, fortemente presidiati e logisticamente impervi. Nell’avanzata verso il fiume Senio, la posizione di Monte Mauro era giudicata “impossibile” da prendere. A colloquio con Generale Wisniowski della divisione Carpazi, il 13 dicembre 1944, il vice comandante e responsabile militare Domenico Troilo si offrì di scalare il monte frontalmente, rinunciando all’appoggio dell’artiglieria e riuscendo così a cogliere i tedeschi di sorpresa. (Scelta che peraltro aveva già compiuto a Brisighella, salvando l’abitato e la popolazione dalla distruzione certa). La manovra, veloce e silenziosa fu impeccabile: costrinse i difensori alla resa. Dopo la battaglia gli ufficiali tedeschi, esterrefatti, vollero stringere la mano agli uomini che li avevano sconfitti con perdite inconsistenti. Per i polacchi, i volontari guidati da Domenico Troilo, divennero la più formidabile unità di fanteria da montagna dello schieramento alleato. Gli ultimi combattimenti videro impegnata la “Maiella” da Faenza a Bologna: lungo la via Emilia i partigiani abruzzesi giunsero ad Imola, occuparono Castel San Pietro, Ozzano Emilia e superarono il fiume Indice, alle porte di Bologna. All’alba del 21 aprile 1945 la I e la IV Compagnia erano a San lazzaro. La “Maiella” fu tra le primissime formazioni ad entrare da Porta Mazzini, accolta dalla popolazione tra manifestazioni di delirante giubilo e simpatia.

A Favalanciata, in ricordo di Giuseppe Donghi e Fedele Di Cola

15 Giugno 2024

Questa mattina, a Favalanciata, una delegazione dell’ANPI di Acquasanta Terme e del Comitato provinciale ANPI di Ascoli Piceno, insieme ai rappresentanti istituzionali dei Comuni di Arquata del Tronto e Acquasanta, hanno reso omaggio al cippo che ricorda il sacrificio di Giuseppe Donghi e Fedele Di Cola, trucidati dai tedeschi in ritirata il 15 giugno 1944.
Erano presenti i discendenti di Giuseppe Donghi, venuti da varie parti d’Italia per ricordare il loro parente, vittima innocente della barbarie nazifascista.
Il 15 giugno 1944 Giuseppe Donghi era intento al suo lavoro di guardia canale mentre altri civili erano occupati a recuperare della merce rovesciatasi da un furgoncino sulla via Salaria. Passò un sidecar con due tedeschi e, forse pensando si trattasse di partigiani – ma in effetti non lo erano – fermò con le armi spianate quattro di quelle persone tra cui il Donghi e il Di Cola. Dopo aver percorso sulla Salaria diverse centinaia di metri, senza motivo, scaricarono su di loro raffiche di mitra. Due degli sfortunati si salvarono buttandosi a capofitto verso il fiume, Donghi – che era alto e grosso – fu colpito al petto e morì immediatamente. Di Cola invece ferito gravemente, forse alle gambe e all’addome fu sentito gridare di dolore per diverso tempo. Ma nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi, finché non morì anche lui. Questa era la logica dei nazisti in ritirata scomposta verso la Germania: uccidere anche senza alcun motivo.

Alla biblioteca di Offida la poesia nella Resistenza

15 Giugno 2024

Il primo dei due incontri del ciclo FuoriClasse – Poesia e Antifascismo è stato un successo. Una biblioteca gremita di persone ha ascoltato con passione e commozione la lezione di Enrico Piergallini e Gianluca Traini, abbandonandosi alle parole dei poeti-partigiani. Ringraziamo i nostri relatori, la Libreria Prosperi , la cantina San Filippo , il Comune di Offida e soprattutto tutti coloro che hanno partecipato. L’appuntamento è per venerdì prossimo, 21 giugno, con Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo.

Vi salutiamo con i versi di Renata Viganò, un monito in questi tempi bui.

“Ma io vorrei morire anche stasera
e che voi tutti moriste
col viso nella paglia marcia
se dovessi un giorno pensare
che tutto questo fu fatto per niente”.

In ricordo dei Partigiani Gabrielli, fucilati dai tedeschi in frazione Lava di Offida

14 Giugno 2024

Oggi, 14 giugno, alle ore 9,30, la Sezione ANPI di Offida “Partigiani Gabrielli” e una delegazione dell’ANPI provinciale di Ascoli Piceno ricorderanno, in contrada Lava di Offida, presso l’ex fornace,il sacrificio dei tre Partigiani Cesare, Antonio e Luciano Gabrielli.

Le tre vittime erano sfollate dalla contrada Ragnola alla contrada Lava, dove un loro parente gli aveva messo a disposizione una piccola casa colonica. Nella zona si trovava uno dei capisaldi della famosa Rat- line (“linea del sorcio” perché fatta a zig zag), comandata dal maggiore scozzese Mc Kee, che aveva lo scopo di assistere i P.O.W. (prigionieri di guerra), fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre per condurli in salvo oltre il fronte tedesco, nell’Italia liberata. La “Rat-line” offriva fermate ristoro vigilate a Offida, Appignano, Porchia, Cupramarittima. Quella di Offida era a casa dell’ingegner Luigi Stipa, inventore del motore a reazione. I Gabrielli aiutarono come poterono i prigionieri fuggiti e i partigiani della zona.

Il 14 giugno 1944, durante la ritirata, truppe tedesche provenienti da Castel di Lama si fermarono a Offida, cercando rifugio nelle case di campagna, pretendendo vitto, alloggio e generi alimentari da portare con sé. Alcuni soldati entrarono anche nella casa dove si trovavano i Gabrielli, proprio mentre Luciano stava cercando di nascondere due bombe a mano che avrebbe dovuto consegnare ai partigiani. A quel punto, tra le grida e le preghiere delle donne, i tre Gabrielli furono prelevati e, insieme ad altri due contadini, fatti incamminare verso Castel di Lama, sotto la sorveglianza di tre SS a cavallo e con le armi spianate. Fermatisi presso una casa colonica per ristorarsi, mentre i tedeschi si rifocillavano, i due contadini riuscirono a fuggire. Presso quella stessa casa i tre giovani Gabrielli, alle prime luci della sera, furono invece uccisi con raffiche di mitra.

Elenco delle vittime decedute:

Gabrielli Cesare, n. 13/12/1899 Offida, figlio di Nazzareno e Marchetti Maria, sposa Pulcini Annunziata e ha due figli: Luciano e Maria, che quell’anno avrebbe dovuto frequentare la prima elementare; lavorava presso la Fornace di Ragnola. Qualifica Partigiano caduto, banda Stipa (15/11/1943 – 14/06/1944), grado Capo nucleo – Sergente, riconosciutagli il 23/07/1946 a Macerata.

Gabrielli Antonio, n. 07/09/1904 a Monteprandone, figlio di Nazzareno e Marchetti Maria, sposa Pulcini Isolina, ha un figlio di nome Nazzareno, muratore. Qualifica Partigiano caduto, banda Stipa (15/11/1943 – 14/06/1944), grado Capo nucleo – Sergente, riconosciutagli il 23/07/1946 a Macerata.

Gabrielli Luciano, n. 13/12/1923 a Monteprandone, figlio di Cesare e Pulcini Annunziata, lavorava presso la Stazione ferroviaria di Porto d’Ascoli, qualifica Partigiano caduto, banda Stipa (15/11/1943 – 14/06/1944), grado Comandante distaccamento – Sotto tenente, riconosciutagli il 23/07/1946 a Macerata. (Scheda a cura di Chiara Donati)