In ricordo delle battaglie di Rovetino e Castel di Croce di Rotella contro i nazifascisti

Marzo 9th, 2026 Nessun commento »

Il 9 marzo del 1944 si ricorda la battaglia di Rovetino, piccola frazione di Rotella, situata sul versante Nord del monte Ascensione. Si era stanziato in queste zone un gruppo di combattenti di San Benedetto diretti dal sottotenente Gianmario Paolini.
Lo spostamento dalla zona costiera era stato determinato dalla necessità di fuggire alla sorveglianza tedesca sempre più pressante. S o t t o t e n e n t e d e l l a F i n a n z a , piemontese, classe 1919, Gianmario Paolini, la notte dell’11 settembre, insieme ad un piccolo gruppo di italiani, dopo aver raccolto il m a g g i o r q u a n t i t a t i v o possibile di armi ed esplosivi, aveva lasciato S e b e n i c o , attraversando c o n a l t r i finanzieri e soldati italiani l’Adriatico a bordo di una motovedetta della stessa Guardia di Finanza per approdare a San Benedetto. Molto probabilmente Paolini non si era diretto per caso a San Benedetto, ma aveva scelto volutamente quell’approdo,
con la certezza di poter incrociare di lì a poco l’VIII Armata inglese, per unirsi ad essa e risalire la penisola sino al Piemonte. La sosta degli alleati cambiò i suoi piani e a quel punto Paolini ritenne opportuno organizzare un gruppo di partigiani con diversi giovani sambenedettesi, insieme a militari sbandati, ex prigionieri e darsi alla macchia verso l’interno dislocandosi tra Acquaviva e Ripatransone. Lo stesso sottotenente aveva già avuto il suo battesimo di fuoco a San Benedetto del Tronto quando in una sparatoria aveva ucciso un tedesco nella zona del Dopolavoro Ferroviario. Da quel momento in poi
era ricercato dai tedeschi. L’azione di guerra di Paolini, coadiuvato dal Sottotenente degli Alpini Settimio Berton, si spostò, dal dicembre del 1943, verso la zona di Rovetino – Castel di Croce. Numerosi furono gli scontri sostenuti dai patrioti della “Paolini” come a Monterinaldo, Force e Rotella
nei quali la Banda prevalse sugli avversari.
Nella casa di don Sante Nespeca, a Castel di Croce, venne installata la postazione radiotrasmittente del colonnello Styvel e, per un certo periodo, lì si stabilì anche il comando partigiano della “banda Paolini” con tanto di arsenale.
La Banda partigiana venne subito presa di mira dalle autorità fasciste di Force e di Ascoli. La prima spedizione punitiva venne organizzata il 7 novembre del 1943. Gli scontri furono limitati ma un caporale inglese, Enrico Fischer, venne arrestato. Un primo tentativo di liberarlo fu effettuato dai partigiani, guidati proprio da don Nespeca, sulla strada di Montemonaco ma non ebbe buon esito. Nella notte però il gruppo circondò la caserma di Force dando al maresciallo fascista un ultimatum per la liberazione del prigioniero, cosa che avvenne prima dell’alba.
L’efficienza della Banda era probabilmente dovuta alla sua struttura, che per scelta dello stesso sottotenente Paolini, era ispirata a rigidi criteri militari, tanto che gli uomini che ne facevano parte erano sottoposti ad una ferrea disciplina, mentre compiti e responsabilità venivano ripartiti nel corso di riunioni tattico-operative. Fu anche per tale impostazione che
la “Paolini”, in più occasioni, fu in grado di opporsi con decisione ai rastrellamenti, infliggendo perdite notevoli sia alle truppe tedesche che ai fascisti. Anche la collaborazione fu evidente quando la banda “Paolini” corse spesso in aiuto di altre organizzazioni della Resistenza, come nel caso in cui fornì consistenti aiuti in armi e mezzi alla formazione partigiana che operava a Colle San Marco al comando di Spartaco Perini.
Alla fama delle azioni patriottiche fece eco un infoltimento delle sue fila, tant’è che verso la fine del mese di febbraio del 1944, la “Paolini” decise di dividersi in due gruppi. Il primo, quello più consistente, che avrebbe operato in tutta la zona, rimase sotto il comando dello stesso Sottotenente Paolini, mentre il secondo fu lasciato in riserva a Rovetino. Ma il destino della formazione partigiana era ormai segnato. I vari scontri con i nazi-fascisti tra
l’altro avevano decisamente impegnato la formazione. Nel mese di marzo 1944, mentre indue gruppi della “Paolini” si trovavano ad operare a Rovetino e a Castel di Croce, intedeschi diedero vita ad una gros­sa offensiva contro le formazioni partigiane operanti nelle Marche ed in Um­bria: offensiva che vide impiegate due Divisioni motorizzate, autoblinde enartiglieria pe­sante, ma soprattutto centinaia di uomini, truppe appositamente inviate dal
fronte, reparti di SS e truppe dell’Esercito repubblichino. La banda “Paolini”, com’è facilenintuire, fu tra le prime organizzazioni patriottiche che la subirono.
Il momento più duro per la Banda fu però in occasione delle spedizioni punitive nazi-fasciste a Rovetino e Castel di Croce del 9 e 12 marzo 1944.
Annunciato da un messaggio portato da Ascoli da Severino Cataldi (“giorno 9, ore 9”), l’attacco non trovò i partigiani impreparati. Dopo tre ore di combattimenti, l’attacco di Rovetino si chiuse con un successo per la brillante azione degli uomini di Paolini e con il sacrificio di un solo uomo, Gino Capriotti, detto “Saltamacchia”.
Ma all’alba del 12 marzo i tedeschi, sempre guidati dai repubblichini, attaccarono direttamente Castel di Croce, facendosi precedere da un intenso fuoco di mortaio. Innazisti, dopo una lunga sparatoria, conquistarono il piccolo centro. Negli scontri venne ferito anche don Nespeca, per fortuna in maniera leggera.
Nella frazione di Santa Lucia a Monsampietro di Venarotta i fascisti fucilarono tre giovani Partigiani della Banda Paolini: Livio Danesi, Mario Mazzocchi e Antonio Tauro.
L’iscrizione sulla lapide che li ricorda recita:
L’ODIO CI UCCISE
LA GLORIA CI ETERNA
DANESI LIVIO
MAZZOCCHI MARIO
TAURO ANTONIO
PATRIOTI DELLA BANDA PAOLINI
QUI FURONO TRUCIDATI DAI NAZIFASCISTI

PER AVER AMATO L’ITALIA
12 MARZO MCMXLIV

Alla cerimonia di stamattina, alla presenza delle autorità civili e militari, nonché di alcune scolaresche del territorio, ha portato i saluti dell’Anpi provinciale, il vicepresidente provinciale Davide Falcioni, che ha centrato il suo intervento sulle violazioni del diritto internazionale da parte delle nazioni che stanno infiammando il Medio Oriente aggredendo le popolazioni palestinese e iraniana in spregio dei principi di legalità e rispetto della vita dei civili inermi, macchiandosi di crimini contro l’umanità nel silenzio complice delle nazioni alleate.

Le ragioni per votare NO

Marzo 6th, 2026 Nessun commento »

Pubblichiamo le riflessioni di un nostro associato,  avvocato, sul referendum del 22 e 23 marzo. Scusate la lunghezza dell’articolo ma l’approfondimento è assolutamente necessario.

Il 22 e 23 marzo si vota su un’innocua riforma della giustizia penale o sulla sorte della nostra Costituzione? 

La Costituzione è la Carta fondamentale della Repubblica scritta ottant’anni fa non solo dalle sinistre ma da liberali, repubblicani e  democristiani, cioè dagli ‘azzurri’, dai ‘moderati’ e dai centristi di oggi. 

È la Carta che ha permesso all’Italia di superare decenni di crisi economiche e di scontri sociali, di terrorismo e di mafie.

È una delle Costituzioni più avanzate al mondo perché con un complesso equilibrio tra i poteri fondamentali – Parlamento, Governo, Magistratura – e figure e istituti di garanzia – Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Corte dei Conti – struttura lo   Stato di diritto, il sistema che garantisce la partecipazione e il benessere di tutti i cittadini e non solo della maggioranza del momento.

La riforma della giustizia sottoposta a referendum incide a fondo sull’ordinamento della Magistratura, uno dei pilastri che reggono la potente ma delicata costruzione dello Stato di diritto, e va dunque esaminata e discussa per comprenderne ragioni,  obiettivi  ed effetti.

Un primo rilievo è che la riforma tocca solo la giustizia penale, cioè  i Pubblici Ministeri che indagano sui reati  e i Giudici chiamati ad assolvere o condannare e non si occupa affatto delle carenze e dei ritardi né della giustizia civile, con processi che durano in media più di sette anni, né di quella amministrativa.

Una seconda notazione è che la riforma giunge dopo trent’anni di scontro sempre più duro tra il potere politico e la magistratura accusata d’indagarne gli illeciti per motivi di parte o di partito.

L’accusa è ingiusta,  perché da Mani pulite a oggi Procure e Giudici hanno  colpito a sinistra come a destra, indagando o processando tra molti altri Chiara Appendino, Antonio Bassolino, Sergio Chiamparino, Bettino Craxi,  Michele Emiliano, Piero Fassino, Primo Greganti, Matteo Renzi. 

I trenta procedimenti contro Silvio Berlusconi conclusi con una sola condanna, l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms e il recentissimo proscioglimento dei militanti di CasaPound indagati per apologia del fascismo confermano che le toghe non hanno colore e che se singoli giudici e corti penali possono sbagliare o essere prevenuti, i tre gradi  di giudizio previsti dalla Costituzione garantiscono i cittadini contro errori e soprusi. 

Un terzo rilievo è che la riforma toglie ai Pubblici Ministeri la possibilità di passare alle funzioni giudicanti, essenza stessa dell’essere magistrati, annullandone l’autorevolezza e il prestigio. 

L’insieme di queste osservazioni permette di supporre che il vero obiettivo della riforma sia impedire il controllo penale dell’azione politica fin qui attuato dalla magistratura.  

E la supposizione acquista consistenza se si esamina la riforma nei suoi diversi aspetti. 

La separazione delle carriere non cambia il rapporto tra Giudici e PM

Alla base della separazione sta la tesi che essere uniti ai Pubblici Ministeri nella stessa carriera impedisce ai Giudici dei processi penali di comportarsi come terzi,  cioè  imparzialmente,  rispetto a PM e imputati.

Ma è una tesi infondata.

Anzitutto sul piano normativo perché i PM, uniti ai Giudici nella stessa magistratura, hanno come loro l’obbligo di perseguire la giustizia.

A differenza degli avvocati che possono tenere nascoste le prove negative per i loro assistiti, i PM devono raccogliere, esibire e considerare anche le prove a favore degli imputati e se non lo fanno commettono reato, rischiando di andare essi stessi sotto processo 

Ma è soprattutto alla prova dei fatti che quella tesi non regge.

Dopo il concorso e i diciotto mesi da Uditore il magistrato interessato a combattere il crimine sul territorio dirigendo le indagini, raccogliendo le prove e sostenendo l’accusa nel processo, sceglie la carriera di Pubblico Ministero, mentre  il magistrato più  portato a valutare le prove, ascoltare gli argomenti di accusa e difesa e giudicare sull’innocenza o colpevolezza dell’imputato segue la carriera di Giudice.

Nella stragrande maggioranza dei casi i magistrati esercitano le funzioni che hanno scelto, di P.M. o di Giudice, per tutta la vita.

Solo meno di un magistrato su dieci chiede infatti il passaggio dall’una all’altra funzione, mentre l’altro novanta per cento resta per tutta la vita nella carriera scelta all’inizio.

D’altro canto non esistono in misura statisticamente apprezzabile casi nei quali sia stato accertato tra PM e Giudice un vincolo di amicizia, di comunanza ideologica, di cameratismo politico o  di corruzione personale  che abbia portato l’uno o l’altro ad agire illegalmente a favore o contro il soggetto indagato o imputato.     

La separazione delle carriere non rende più veloce ed efficiente il sistema giustizia

I presentatori affermano che la riforma renderà i processi penali più rapidi e Giudici e PM più efficienti nelle rispettive funzioni, ma non spiegano perché e come ciò accadrebbe.

I ritardi e il malfunzionamento  del sistema giustizia dipendono dall’insufficienza del personale (mancano migliaia di Magistrati, cancellieri e altri ausiliari) e dall’arretratezza delle dotazioni tecniche,  deficienze che non vengono risolte separando le scarse forze a disposizione.

Ci sono certamente, come in tutte le  amministrazioni dello Stato, Magistrati meno capaci o negligenti, ma non è dividendo in due il CSM e assegnando a un organo separato la funzione  disciplinare  che questi soggetti diverranno  miracolosamente responsabili ed efficienti.

La riforma appesantisce il funzionamento della giustizia penale

La separazione delle carriere renderà inevitabilmente più aspri i rapporti tra PM e Giudici, con conseguente aumento del contenzioso tra loro e ulteriore rallentamento dei tempi processuali.

Esclusi dalla possibilità di esercitare funzioni giurisdizionali e quindi ridotti a poliziotti dell’accusa, i PM si troveranno poi in stato di inferiorià sociale e processuale rispetto agli avvocati difensori, professionisti tanto più preparati (e pagati) quanto più grave è  il crimine contestato ai loro assistiti.

D’altra parte l’istituzione di due distinti Consigli superiori della Magistratura invece d’uno solo e la creazione d’una autonoma Alta Corte disciplinare comporteranno un notevole aggravio burocratico ed economico che toglierà risorse a personale e dotazioni.

Dunque con la riforma la giustizia penale,  già  imbrigliata da minuziose regole procedurali e da tempi di prescrizione spesso più brevi dei tempi dei processi, si squilibrerà ulteriormente a favore degli imputati.

Il risultato sarà un aumento dei colpevoli in libertà e una  conseguente diminuzione della sicurezza nel Paese.

Con la riforma la politica assume il controllo della magistratura                  

L’articolo 104 della Costituzione detta che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni alto potere“. 

Lo stesso articolo istituisce il Consiglio Superiore della Magistratura stabilendo che sia composto per due terzi da membri ‘togati’ eletti dai magistrati e per un terzo da membri  ‘laici’, professori di diritto e avvocati nominati dal Parlamento in seduta comune. 

L’articolo 105 della Costituzione indica nel Consiglio Superiore della magistratura l’organismo di autogoverno dei magistrati, dettando che ad esso spettano “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati“.,  

Com’è noto la riforma spacca in due il corpo della magistratura separando le carriere di PM e giudici e istituendo per essi  due separati CSM, crea un organismo del tutto nuovo per giudicarne le infrazioni disciplinari,  stabilisce che tutti  i membri dei tre nuovi organismi non vengano più eletti, dai magistrati o dal Parlamento, ma tirati a sorte.

Voluto per eliminare l’influenza delle correnti nell’elezione della componente togata degli organi d’autogoverno della magistratura, il sorteggio è una follia antidemocratica e un inganno politico. 

Una follia perché l’essenza stessa della democrazia è che il rappresentante venga scelto dal rappresentato, il governante dal governato. 

Fuori di questo schema si va alla monarchia per diritto divino, alla dittatura poliziesca o all’anarchia.  

Nessun cittadino sano di mente accetterebbe che i parlamentari chiamati a rappresentarlo fossero tirati a sorte tra tutti i cinquanta milioni di italiani e nessun parlamentare che la scelta del capo del governo forse affidata a una lotteria. 

Che sia questo o no lo scopo della riforma, imporre ai magistrati di sorteggiare i loro rappresentanti nei nuovi organismi significa precipitare la magistratura nel caos.  

Il sorteggio è poi e comunque un inganno perché i ‘togati’  dei due CSM andrebbero tirati a sorte tra tutti i circa novemila magistrati in servizio e quelli  della Corte disciplinare tra le centinaia che lavorano o hanno lavorato in Cassazione, mentre i ‘laici’ verrebbero sorteggiati su una lista ristretta di legali e docenti approvata dal Parlamento e in modo predominante dalla sua maggioranza. 

È evidente che i membri  togati,  scelti a caso nella massa a prescindere dall’interesse al ruolo  e dalla  capacità d’espletarlo, slegati tra loro e soprattutto non responsabili di fronte alla base che NON li ha eletti, non avrebbero alcuna possibilità di fronteggiare i membri laici nelle decisioni su assegnazioni, promozioni, trasferimenti e procedimenti disciplinari.

La  componente laica dei nuovi CSM e dell’Alta Corte disciplinare, minoritaria nel numero, diverrebbe sostanzialmente maggioritaria quanto a forza decisionale.

La politica dei partiti, preclusa ai magistrati, dominerebbe così direttamente i loro organi di autogoverno. 

Ma non basta, perché la riforma cancella sia per i PM che per i Giudici il diritto, riconosciuto a tutti gli altri cittadini, di ricorrere in Cassazione contro i provvedimenti disciplinari chiesti nei loro confronti dal Ministro della giustizia e irrogati dall’Alta Corte, costringendoli ad appellarsi alla stessa autorità che li ha censurati.

Quanti magistrati saranno disposti  d’ora in avanti a indagare gli illeciti e le eventuali violenze del potere politico ed esecutivo sapendo che lo stesso potere, sostanzialmente maggioritario nei nuovi organismi, potrà ostacolare la loro carriera, trasferirli e censurarli disciplinarmente? 

È chiaro a questo punto che l’effetto voluto o no della riforma sarebbe la subordinazione del potere giudiziario a quello politico e dunque lo scardinamento del  principio-base dello Stato di diritto, la separazione paritaria dei poteri.

Va nello stesso senso l’esplicita previsione che a questa riforma segua a breve l’introduzione del Premierato col conseguente svuotamento dei poteri del Presidente della Reppublica che della Costituzione è garante.

Ma possono avere il medesimo effetto di stravolgimento della Costituzione i progetti di legge depositati in Parlamento per abolire l’obbligatorietà dell’azione penale prevista dall’articolo 112 della nostra Carta fondamentale, col rischio che la maggioranza politica e quindi l’Esecutivo del momento usino questa abolizione per evitare ogni controllo.

Ridurre il peso della Magistratura e rafforzare l’Esecutivo esautorando le figure e  gli istituti di garanzia significa da sempre andar verso la dittatura.

Screenshot

Ammesso che non sia questo l’obiettivo della maggioranza politica che ha proposto la riforma, stravolgere la Costituzione rendendo possibile quell’obiettivo a una futura maggioranza di destra o di sinistra sarebbe da sprovveduti senza memoria.

MAGISTRATI UCCISI DA TERRORISMO O MAFIA

Pietro Scaglione ,1971, Palermo; Francesco Ferlaino, 1973, Lamezia Terme; Francesco Coco, 1976, Genova; Vittorio Occorsio, 1976, Roma; Riccardo Palma, 1978, Roma; Girolamo Tartaglione, 1978, Roma; Fedele Calvosa, 1978,  Frosinone; Cesare Terranova, 1979, Palermo; Emilio Alessandrini, 1979, Milano; Nicola Giacombi, 1980, Salerno; Girolamo Minervini,1980, Roma; Giorgio Galli, 1980, Milano; Gaetano Costa, 1980, Palermo; Mario Amato, 1980, Roma; Rocco Chinnici, 1983, Palermo; Gian Giacomo Ciaccio Montalto , 1983, Trapani; Bruno Caccia, 1983, Torino; Graziella Campagna, 1985, Villafranca; Alberto Giacomelli, 1988, Trapani; Antonino Saetta, 1988, Caltanissetta; Rosario Angelo Livatino,  1990, Agrigento; Antonio Scopelliti, 1991, Reggio Calabria; Giovanni Falcone, 1992, Palermo; Francesca Morvillo, 1992, Palermo; Paolo Borsellino, 1992, Palermo; Giuseppe Alfano, 1993, Barcellona  Pozzo di Gotto; Luigi Daga, 1993, Roma.

I prossimi appuntamenti con le celebrazioni partigiane nel nostro territorio

Marzo 6th, 2026 Nessun commento »

Segnaliamo le prossime celebrazioni partigiane sui monti del territorio Piceno che videro, nel ‘44, le feroci repressioni nei nazifascisti.

Invitiamo tutti a partecipare.

Sosteniamo la Repubblica di Cuba contro l’embargo di Trump

Marzo 6th, 2026 Nessun commento »

Cuba è vittima di un cinico e ingiustificato assedio da oltre 60 anni a causa del blocco statunitense. Una crudeltà condannata dalla stragrande maggioranza dei paesi del mondo nelle oltre 30 risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che purtroppo non hanno finora sortito alcun effetto concreto.

In questo momento, l’isola soffre di una vera e propria persecuzione e, ogni giorno che passa, la sua storica resistenza viene messa a dura prova da nuove e illegali misure coercitive, con il palese intento di asfissiare un intero popolo.

Il popolo cubano sta soffrendo dell’inumano rafforzamento del blocco statunitense al quale si sono aggiunti la pandemia, la crisi economica mondiale e le ricorrenti catastrofi naturali che flagellano la regione caraibica: non possiamo ignorare le sofferenze di un popolo che ci ha dimostrato la sua generosa solidarietà durante la pandemia.

Energia per la vita: accendiamo la luce su Cuba!
È giunto il momento di sostenere Cuba e di lanciare un programma straordinario di raccolta fondi a sostegno del sistema elettro-energetico per l’acquisto di prodotti, attrezzature e altri supporti tecnici per il funzionamento dei pannelli solari.

I beni acquistati saranno destinati al funzionamento di scuole, ospedali, luoghi di lavoro e di cultura, e attività essenziali per far vivere l’isola.
Le donazioni saranno raccolte nel conto corrente intestato a Nexus Emilia Romagna ETS

È ora di sciogliere le organizzazioni neofasciste e sgombrare l’immobile occupato abusivamente a Roma da CasaPound

Febbraio 12th, 2026 Nessun commento »

Dopo la sentenza di Bari, applicare fino in fondo la Costituzione: scioglimento di CasaPound e sgombero della sede occupata

La sentenza pronunciata oggi dal Tribunale di Bari, con la condanna di dodici militanti di CasaPound per il reato di riorganizzazione del partito fascista, non rappresenta soltanto un passaggio giudiziario rilevante. Essa riapre con forza una questione politica e giuridica che l’ordinamento italiano non può più eludere: l’effettiva applicazione del divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista.

La XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione è inequivoca: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Tale precetto non è una dichiarazione simbolica, ma una norma vincolante, resa operativa dalla legge n. 645 del 1952 (legge Scelba), che punisce la riorganizzazione del partito fascista e disciplina lo scioglimento delle organizzazioni che perseguano finalità antidemocratiche proprie del fascismo.

Quando un tribunale della Repubblica accerta, con sentenza, la sussistenza del reato di riorganizzazione del partito fascista, non siamo più nel terreno dell’opinione o della polemica politica. Siamo nell’ambito di un accertamento giudiziale che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni nel dare piena attuazione alla Costituzione.

In questo quadro, la richiesta di scioglimento di CasaPound non si configura come un atto di repressione ideologica, ma come l’esercizio di una prerogativa prevista dall’ordinamento a tutela della democrazia costituzionale. La democrazia italiana non è neutrale rispetto a chi ne contesta i fondamenti; è una democrazia “militante”, che ha scelto di impedire il ritorno di un’esperienza storica fondata sulla soppressione delle libertà, sulla persecuzione politica e razziale, sull’abolizione del pluralismo.

A ciò si aggiunge un ulteriore profilo: la sede romana di CasaPound, occupata abusivamente da anni. Anche su questo versante, la questione non è politica ma giuridica. L’occupazione sine titulo di un immobile pubblico o privato costituisce una violazione della legge e mina il principio di legalità. Non può esservi tolleranza selettiva quando si tratta di organizzazioni che, per di più, risultano coinvolte in condotte penalmente rilevanti legate alla riorganizzazione del partito fascista.

Lo sgombero della sede occupata non è un atto simbolico, ma un’affermazione concreta del primato della legalità.

Vi è, infine, un profilo più ampio che riguarda la memoria e la coerenza istituzionale. L’Italia repubblicana nasce dalla sconfitta del fascismo e dalla Resistenza. Le celebrazioni ufficiali, le dichiarazioni solenni e gli impegni formali contro ogni rigurgito autoritario rischiano di apparire vuoti se non trovano riscontro in atti concreti quando la magistratura accerta condotte riconducibili alla riorganizzazione del partito fascista.

Chiedere lo scioglimento di CasaPound, alla luce della sentenza di Bari, significa chiedere coerenza tra principi costituzionali e azione amministrativa. Chiedere lo sgombero della sede occupata significa riaffermare che la legalità non è negoziabile.

Spetta ora al Governo, nel rispetto delle competenze e delle procedure previste dalla legge, valutare gli atti e assumere le decisioni conseguenti. Spetta alle istituzioni dimostrare che la Costituzione non è un testo commemorativo, ma un patto giuridico e politico che continua a vincolare la Repubblica.

La sentenza di Bari non chiude una stagione: la apre. È il momento di decidere se il divieto di riorganizzazione del partito fascista resti una formula astratta o diventi, finalmente, un principio pienamente operativo.