Archivio per Giugno 2023

VIII FESTA DELLA CACIARA

26 Giugno 2023

Domenica 2 luglio Festa della Caciara
“3 ottobre 1943” a Giammatura (monte
San Giacomo)
Dopo le celebrazioni partigiane del mese di giugno e le presentazioni editoriali sulla Resistenza, svoltesi ad Offida e a San Benedetto del Tronto, l’appuntamento di rito è quello di domenica, a partire dalle ore 10.00, presso la Caciara “3 ottobre 1943” a Giammatura di monte San Giacomo (prima dell’ultimo tornante che porta al parcheggio della provincia).
Così ricordava quel giorno del 1943 il nostro William Scalabroni: “Il San Marco era davvero zeppò di gente, tanto che di sera, quando ci riunivamo sul pianoro per conversare e per stare un po’ insieme, eravamo sempre una quarantina. Sul Colle, comunque, si viveva divisi in piccoli gruppi, nelle tende e nei rifugi sparsi per la montagna. A me e ad altri quattro o cinque ragazzi fu assegnata una tenda nella quale alloggiava già Alvaro Bucci, che per qualche tempo ci fece da capo. Quell’uomo, che imprecava sempre contro Sant’Emidio e che aveva fatto il soldato, ci insegnò com’è far funzionare le armi che avevamo con noi. A ciascuno di noi ragazzi, infatti, erano stati consegnati un fucile modello ‘91, alcuni caricatori e qualche bomba a mano. Ricordo anche che, con quelle armi in mano e parlando di quello che stavamo facendo, fummo tutti colti da una specie di animosità guerriera. Fummo perciò entusiasti quando ci chiesero di svolgere, armati di tutto punto e con tanto di parola d’ordine, i turni di guardia e i pattugliamenti.
Io partecipai anche a due incursioni, una a Montalto e l’altra ad Ascoli Piceno, che effettuammo per prelevare armi, materiale e viveri. Ebbi così modo di conoscere Mancini, che guidava il camion utilizzato in queste azioni. Diventammo buoni amici, ma intorno alla fine di settembre dovemmo separarci. Il mio gruppo fu infatti trasferito sul Giammatura, dove si erano trasferiti i due capitani (Pigoni e Torelli – NdR). Fu durante quel trasferimento che, in una piccola Caciara dalle parti delle Vene Rosse, incontrai Panichi e Cellini, che conoscevo bene e che purtroppo caddero il 3 ottobre. Sul Giammatura, comunque, rimanemmo molto poco, non più di tre o quattro
giorni, perché poi si scatenò l’attacco tedesco. Lassù alloggiammo in una
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Caciara molto spaziosa e ci fu affidata una mitragliatrice che montammo vicino al nostro rifugio, su uno sperone di roccia che lo sovrastava. Quella postazione era davvero formidabile. Dallo sperone potevano vedere tutto: Gabbiano, le Vene Rosse, i declivi della montagna. Difendersi, da lassù, sembrava davvero facile.
Quel mattino, sul Giammatura, quando si cominciarono a udire le prime cannonate dell’artiglieria tedesca dirette sul pianoro del San Marco, noi eravamo già pronti – chi sulla postazione di mitragliatrice, chi più sotto – in attesa degli ordini. L’ attacco, infatti, ce lo aspettavamo, specie dopo quanto era avvenuto a Bosco Martese. Anzi, eravamo certi che sarebbe partito da Ascoli Piceno, anche perché la notte precedente ci avevano messo in stato d’allarme proprio per un movimento di reparti tedeschi in città. Al giungere dei primi colpi di cannone, la ventina di ex prigionieri alleati (in gran parte inglesi e in abiti civili) che era con noi, scappò gambe all’aria, inoltrandosi verso l’interno della montagna. Benché scossi da quella fuga e dal cannoneggiamento, noi non ci muovemmo dalla nostra postazione, tanto che eravamo ancora lì quando di verificò il terremoto. Più tardi, in mezzo a una nebbia terribile, spuntarono i capitani Pigoni e Torelli con diversi uomini al seguito. Gli ufficiali erano diretti a San Giacomo e ci chiesero di unirci a loro. Noi recuperammo la nostra mitragliatrice e ci aggregammo a quella gente, formando un gruppetto di una venticinquina di persone. Arrivati a San Giacomo, non trovammo nessuni nei pressi del rifugio, che però era ancora in piedi. Fuori della porta, tuttavia, c’era della roba sparsa in terra; segno che lassù i tedeschi erano già passati. Senz’altro vi erano stati guidati da spie locali che conoscevano la zona e che indicarono loro i difficili sentieri da seguire. Fu dunque la nebbia a salvarci dalla cattura, perché, dopo aver fatto prigionieri i nostri compagni di San Giacomo, i soldati tedeschi erano scesi verso il pianoro del San Marco per prendere alle spalle il resto della banda, e probabilmente non erano passati molto distanti da noi, che proprio in quelli stessi momenti stavamo risalendo le alture. In ogni modo, scampati a questo pericolo, da San Giacomo proseguimmo verso San Vito, fiancheggiando un vallone. Poco dopo, però, dall’altro lato del vallone, vedemmo sbucare, su di un sentiero più basso, una piccola colonna di soldati tedeschi. Subito ci preparammo ad aprire il fuoco, ma uno dei due capitani ce lo impedì, ordinandoci di buttarci a terra per non farci individuare e di aspettare nascosti che i soldati passassero. Fu una fortuna perché, una volta allontanatisi i tedeschi, ci accorgemmo che avevamo portato con noi la mitragliatrice, ma che avevamo però dimenticato di prendere le sue munizioni.
Giunto sano e salvo a San Vito, il gruppo si divise. Io rimasi in quella località per diversi giorni, mentre i due capitani e qualcun altro proseguirono, non ricordo verso dove. Nascoste nel cavo di un albero le armi che avevo con me e vestitomi da contadino, rientrai quindi ad Ascoli Piceno, dove per qualche tempo restai costantemente sul chi vive per timore di essere denunciato ai tedeschi come appartenente alla banda del San Marco e di essere perciò arrestato e deportato.”
(da Sergio Bugiardini, “La Città e il Colle”, Il lavoro editoriale, Ancona, 2013, pp. 402 e ss., 448 e ss.).
William Scalabroni,classe 1926, studente dell’Istituto Agrario, figlio di un impiegato statale di generiche idee antifasciste. Impiegato come staffetta e nel trasporto di armi, nel 1944 fu arrestato dai repubblichini e poi rilasciato. È stato Presidente provinciale dell’ANPI di Ascoli Piceno dal 2012 al 2018.
26 giugno 2023
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