La sezione provinciale dell’ANPI di Ascoli Piceno esprime a Daniele Lanni i più sinceri auguri di buon lavoro per il nuovo incarico alla guida della Camera del Lavoro.
Siamo certi che, nel solco dei valori costituzionali e della tutela dei diritti del lavoro, saprà svolgere il proprio ruolo con impegno, competenza e spirito unitario, in un tempo che richiede responsabilità e visione.
Allo stesso tempo, rivolgiamo un sentito ringraziamento a Barbara Nicolai per il lavoro svolto e per la collaborazione costruita in questi anni, caratterizzata da una proficua condivisione di intenti sui temi della memoria, della democrazia e della giustizia sociale.
Con l’auspicio di proseguire anche in futuro un percorso comune fondato sui valori dell’antifascismo e della Costituzione, rinnoviamo a entrambi la nostra stima.
Se al referendum vince il SI, il programma della maggioranza prevede di istituire subito il Premierato, cioè l’elezione popolare diretta del capo del Governo. Il Premierato toglierà al Presidente della Repubblica, insieme con altri, i poteri costituzionali di designare il Premier e di sciogliere le Camere in caso di grave crisi politica. Abolito o grandemente ridotto con questo referendum il controllo della magistratura sugli illeciti della politica e rimosso col Premierato il Presidente della Repubblica dal ruolo di garante della Costituzione, saremo indifesi di fronte allo strapotere dell’Esecutivo. Rischieremo concretamente di perdere, perché sono minacciati già ora, il diritto di manifestare pacificamente nelle strade, quello di scioperare specie nel pubblico e nei trasporti, il diritto delle donne di scegliere se diventare madri. In compenso avremo un Governo sempre più stabile, sull’esempio di quello che un secolo fa durò più di vent’anni, finendo solo nella catastrofe della sua guerra. I partiti promotori della riforma della Giustizia giurano di non voler tornare a quell’esperienza, ma come credergli se sgombrano Askatasuna a Torino ma non Casa Pound a Roma, se consentono il saluto fascista di militanti inquadrati, se i loro massimi rappresentanti esibiscono nostalgie mussoliniane e rifiutano di dirsi antifascisti? E come si può ritenere responsabile l’intera Magistratura dell’errore pesantissimo ma involontario dei giudici di primo grado che contribuì a uccidere Enzo Tortora, se a insistervi è la stessa parte politica che per scagionare Silvio Berlusconi ha votato l’assurda parentela tra Karina El Mahroug detta Ruby e il presidente egiziano Mubarak? Chi può davvero supporre che la riforma Nordio serva a rafforzare la giustizia e non a spaccare in due la Magistratura per assoggettarla al potere politico, se i suoi promotori mantengono al Governo una ministra indagata per truffa e bancarotta e rinviata a giudizio per falso in bilancio, se un’altissima figura del Ministero invita a votare SI per togliere di mezzo la stessa Magistratura e se la Presidente del Consiglio accusa il NO di voler liberare migranti spacciatori e stupratori, pedofili e antagonisti sfascia-stazioni? Come condividere l’ accusa di persecuzione rivolta alle toghe da un Ministro indagato tre volte per sequestro di migranti ma in un caso prosciolto, in un altro assolto e in un terzo, concluso poi in Cassazione col riconoscimento dell’illecito, salvato dal rifiuto del Parlamento ad autorizzarne il processo? No, non è giusto umiliare per fini di parte una Magistratura che ha pagato un altissimo prezzo di sangue per tenere testa al terrorismo rosso e nero e alla violenza della mafia. Non si può condividere l’assalto a una Costituzione che malgrado tutto ha permesso all’Italia ottant’anni di pace, democrazia e sviluppo. Non è accettabile il rovesciamento del principio, posto a fondamento dello Stato di diritto, che “La legge è uguale per tutti”. Non è ragionevole rischiare la libertà per una riforma che non rende la giustizia più rapida, efficiente e imparziale di quanto è oggi. NO.
MONTEMONACO 18 marzo 1944 Dopo Rovetino, i rastrellamenti tedeschi del marzo del 1944 continuarono nella zona di Montemonaco, nel cuore dei monti Sibillini. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo oltre mille nazifascisti partirono da Ascoli alla volta di Montemonaco con l’obiettivo di aggirare tutta la zona compresa tra Montegallo e le sorgenti del Tenna. Lungo la strada la colonna si divise in due in modo da accerchiare il paese: alcuni risalirono il corso dell’Aso con direzione Foce, altri proseguirono per Amandola e Montefortino dividendosi a loro volta in due gruppi: uno seguiva la strada provinciale per Montemonaco, l’altro risaliva a Mezzacosta passando per Madonna dell’Ambro. Proprio quest’ultima colonna, a causa della neve, fece ritorno a Montefortino, lasciando così ai partigiani un provvidenziale varco verso il fiume Tenna e l’Infernaccio. Intorno alle 9 di mattina, un gruppo di partigiani partiti nella notte da Montemonaco, affrontarono nella frazione di Tofe la colonna tedesca che avanzava. Lo scontro a fuoco durò circa un’ora e mezza: caddero sul campo Angelo Rinelli e Adolfo Zocchi. Altri dieci partigiani vennero catturati, perquisiti e percossi con calci, pugni e canne di fucili, per poi essere fucilati “per ordine del Comando Germanico” sotto un albero al bordo della strada, senza aspettare l’arrivo del prete. Nel frattempo gli abitanti di Montemonaco furono avvisati dell’avanzata tedesca da una staffetta, Giovanni Sirocchi, inviata da una pattuglia di patrioti dislocata a San Giorgio all’Isola. Terrorizzati e privi di armi sufficienti per affrontare lo scontro, in molti abbandonarono il paese. Quelli rimasti furono rastrellati dall’autocolonna di tedeschi e fascisti che verso le 7 del mattino accerchiarono l’abitato, per poi perquisire e saccheggiare le abitazioni. Uomini e donne furono adunate sotto il loggiato del municipio. Uno di essi, la guardia municipale Antonio Cesaretti, rivelando di possedere in casa due moschetti, fu colpito a morte insieme con il figlio quindicenne, Anselmo. Perse la vita anche il giovane Enrico Bellesi: rimasto di guardia nell’ex dopo lavoro, venne catturato e ucciso. Dopo essere stati anch’essi minacciati nel caso avessero continuato a sostenere i ribelli, furono lasciati liberi intorno alle 11. A Tofe il gruppo più numeroso della formazione riuscì a sganciarsi e, con l’apporto di combattenti della formazione del comandante Bruno De Santis, a portarsi in territorio di Montegallo salvando anche la ricetrasmittente, grazie a Renzo Roiati.
Purtroppo, a causa dell’allerta meteo e della nevicata di oggi, la cerimonia in ricordo dei tragici avvenimenti di Montemonaco del 18 marzo 1944 si è svolta in forma ridotta. D’intesa con l’Amministrazione comunale e sentito il sindaco Grilli, l’Anpi provinciale promuoverà una giornata di approfondimento, insieme alle scuole del territorio, su questa dolorosa pagina della lotta antifascista.
*** Storie di guerra e solidarietà tra Marche e Abruzzo, II edizione
È in corso di stampa la seconda edizione del libro “Storie di guerra e solidarietà tra Marche e Abruzzo” contenente il memoriale di Cola Giovanni da Collefrattale versificato da Guido De Iulis. La seconda edizione contiene correzioni significative ad es. sui dati biografici di alcuni caduti jugoslavi e sulle targhe apposte negli ultimi anni a Morrice, Casanova e Ferroni a cura della associazione Jugocoord. Alla stessa associazione ci si può rivolgere per l’acquisto di copie a prezzo agevolato (maggiore il quantitativo richiesto, maggiore lo sconto applicato) – scrivere a: jugocoord@tiscali.it .
L’11 Marzo del 1944 si verificò la strage di Pozza e Umito (frazioni di Acquasanta). A Umito morirono, combattendo, i partigiani della Banda Bianco mentre a Pozza furono uccisi dei civili per rappresaglia. Morirono 12 abitanti del posto e 37 partigiani. Appena trascorsa la mezzanotte del 10 marzo un nutrito gruppo di tedeschi, accompagnati e guidati da elementi fascisti della provincia e del comune di Acquasanta, stabilì di salire verso le frazioni di Pozza, di Pito e di Umito. La loro intenzione era quella di accerchiare il gruppo di partigiani di Umito e di Pozza ponendosi in tre posizioni diverse e cogliendo la popolazione nel sonno… Non pochi dovevano essere gli “accompagnatori” del luogo, conoscitori dei sentieri, dei viottoli e delle scorciatoie… Evidentemente per i tedeschi non era stato difficile avere la collaborazione di abitanti del comune di Acquasanta e dello stesso maresciallo Melchiori, che conoscevano tutta la difficile zona della valle del Garrafo, come le proprie tasche. Appena fu l’alba la diabolica trappola scattò per Pozza. Il massacro di Pozza, Umito, Pito e dintorni coinvolse numerose persone di nazionalità diversa, di diversa età e compiti o coscienza antifascista, uomini e donne, addirittura una bimba di un anno. Durante la risalita della valle da parte dei nazifascisti, la mattina dell’11 marzo, alcuni abitanti furono presi prigionieri a Pozza. Durante la risalita della valle da parte dei nazifascisti, la mattina dell’11 marzo, alcuni abitanti furono presi prigionieri a Pozza. Il primo ad essere ucciso, crudelmente nonostante implorasse pietà, con cinque colpi di pistola direttamente dal Melchiori in divisa da SS, fu il giovane Emidio Collina. Una sventagliata di mitra invece si portò via Serafino Cesari, Pietro Patulli e Mariano Castelli, allineati al bordo della strada. Molti altri avrebbero potuto essere i caduti a Pozza se non fosse giunta voce che più su, a Umito, i partigiani stavano reagendo. Era scoppiato l’inferno. Vistisi circondati, i partigiani avevano aperto il fuoco contro i tedeschi: alcuni combattenti furono uccisi mentre lottavano, tra questi Gregorio Schiavi e alcuni montenegrini che furono colpiti mentre uscivano dalle finestre per raggiungere altre posizioni. Martina Cristanziani fu abbattuta dai tedeschi dinanzi al suo bambino; la piccolissima Anna Sparapani perì nelle fiamme della sua casa, incendiata dai nazifascisti; altri caddero benché disarmati e persino estranei ai fatti bellici. La battaglia ebbe termine verso mezzogiorno, quando si contavano più di 30 morti, tra cui alcuni tedeschi che furono cremati sul posto. Altri militari saccheggiarono i viveri dalle case per poi appiccare il fuoco. Racconto di Domenica Sparapani di Umito: “Ero in casa con tre figli: uno di otto anni, uno di sei e una di un anno; ero sola perché mio marito era militare a Reggio Calabria. Venni svegliata da alcuni spari verso l’alba che aumentavano sempre più, la mia casa in fondo al paese era accerchiata da tedeschi e fascisti; proprio qui avveniva la battaglia. L’unica cosa che potevo fare era pregare, i due bambini più grandi non riuscivano neanche a piangere per quanto erano terrorizzati e si tenevano stretti alle mie gonne per sentirsi più protetti. Il tempo non passava mai, i colpi della mitragliatrice posta di fronte, su di una montagna diventavano assordanti, la mia bambina dormiva profondamente. Appena cessati gli spari e tornata la calma, ho portato in salvo i miei due figli e mi sono diretta alla piazzetta del paese. C’era molta neve e camminavo con fatica , qua e la giacevano morti, si udivano urla di donne e di bambini che correvano da una parte all’altra…meglio, meglio non ricordare. Giunta nella piazzetta ho affidato i miei bambini ad alcuni parenti e sono tornata a prendere la piccola Anna, ma la mia casa stava bruciando con la mia bambina dentro. Il primo istinto è stato buttarmi tra le fiamme e salvarla, era ormai impossibile, troppo tardi. Sono rimasta lì immobile, senza poter far nulla, forse non lo ricordo bene, ho gridato disperatamente. Altre case nel frattempo incendiavano. I miei paesani sembravano anch’essi impazziti, perché non avevano più la propria casa, le proprie cose, i viveri; ma io neppure la mia bambina.“
Oggi, alla cerimonia di commemorazione dei martiri di Pozza e Umito, ha partecipato l’Anpi di Acquasanta Terme, con il suo presidente Giuseppe Parlamenti e una delegazione dell’Anpi provinciale di Ascoli Piceno, con la presidente Rita Forlini. Quest’ultima, nel suo intervento, ha ricordato i tragici eventi del marzo 1944, perché siano esempio anche oggi dei valori di solidarietà e giustizia a fronte della barbarie delle guerre di aggressione in atto nel mondo. Forlini ha richiamato gli articoli della nostra Costituzione che a 78 anni dalla sua promulgazione costituiscono ancora oggi un baluardo contro i regimi ed un faro di democrazia per le giovani generazioni.