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Colle San Marco, 25 aprile 2018: il discorso del Presidente provinciale dell’ANPI Pietro Perini

25 aprile 2018

Buon giorno, a nome dell’ANPI di Ascoli Piceno porgo il benvenuto a tutti i presenti, alle autorità civili, militari, religiose e a tutte le associazioni combattentistiche.
Buon onomastico a tutti i Marco presenti e Buon compleanno a tutti. Oggi è il compleanno di tutte le italiane e di tutti gli italiani, oggi celebriamo la nostra Libertà . Festeggio questa giornata con tanta amarezza nel cuore perché tra di voi non vedo più risaltare la folta capigliatura bianca del nostro caro William ma, sono sicuro, lui è quì, come sempre, da qualche parte, in mezzo a noi e allora, buon 25 Aprile William!
Questo è il primo 25 Aprile senza partigiani.
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Da oggi, ufficialmente, la Brigata Partigiana Colle San Marco ci passa il testimone.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di essere tutti uniti, perché il messaggio dei nostri Partigiani è sempre stato chiaro: continuate sempre la nostra Resistenza.
La Libertà che festeggiamo oggi è la madre di tutte le Libertà. È quella Libertà che permette all’umanità di riscattarsi, di annientare le schiavitù, di abbattere il giogo delle dittature, di far vivere interi popoli e nazioni nella democrazia. È la Libertà che, per essere ottenuta, pretende il prezzo più alto, un prezzo che si paga con morti e sangue. È la Libertà voluta da donne e uomini che si sono sacrificati sapendo che non ne avrebbero goduto ma avrebbero permesso alle generazioni future di vivere in un mondo nuovo. È la Libertà che partorisce tante altre forme di Libertà. La Libertà di vivere, di studiare, di lavorare, di scrivere e di leggere, di giocare, di parlare, di credere oppure no, di essere bianco oppure nero, di amare una donna oppure un uomo, di avere un’idea oppure un’altra. Ma questa Libertà, così potente e poderosa è allo stesso tempo estremamente fragile e delicata, essa non è come una sterminata prateria dove ognuno di noi può andare a suo piacimento, essa ha dei confini ben precisi, che non bisogna oltrepassare mai, perché facendolo si dissolverebbe come neve al sole. È un confine netto, invalicabile, che ci ammonisce sul fatto che la nostra Libertà termina dove ha inizio quella di un nostro simile. È una regola semplice, che alimenta, ingigantisce e rinvigorisce ogni Libertà tutte le volte che viene rispettata. Tutto questo rappresenta la vera Libertà. Ma, da bravi esseri umani, cerchiamo, sempre più spesso di aggirare questa semplicissima regola è così abbiamo fatto in modo di crearci altri tipi di Libertà: le Libertà che ci prendiamo.
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Così ci prendiamo la Libertà di uccidere, di dichiarare guerra, di respingere chi ci chiede aiuto, di odiare chi non la pensa come noi, di ricordare il compleanno di un assassino come hiltler, di negare l’Olocausto, di deridere e vessare chi è più debole, di imbrattare i muri delle nostre città con svastiche, di fare il saluto romano, ma anche di malmenare o peggio assassinare una donna e di prendere a pugni un insegnante. Ogni volta che ci prendiamo di queste Libertà, indeboliamo quella di ognuno di noi. È come se ogni volta facessimo un passo verso l’orlo di una voragine. E sapete perché ci prendiamo tutte queste Libertà? Perché nella nostra vita quotidiana che abbiamo così ben condito di Whats App, Facebook, Instagram, Internet che sono diventati le nostre necessità primarie, ci siamo dimenticati completamente di un ingrediente, il più importante. Talmente importante che è anche l’unico che permette alla nostra Libertà di sopravvivere e prosperare: si chiama Rispetto. Il Rispetto però è un cliente scomodo. Ai genitori costa fatica pretenderlo, la scuola non lo insegna più perché ha completamente snaturato il proprio ruolo, i politici ne fanno volentieri a meno, ormai questo termine risuona solo tra mafiosi e tra camorristi che però lo usano come sinonimo di omertà. Senza il rispetto non può esserci Libertà. Per il genere umano la Libertà è un bene prezioso come l’aria e noi ogni giorno, ci stiamo stringendo un cappio intorno alla gola. Non ci accorgiamo che stiamo soffocando piano piano, perché stiamo distruggendo la nostra Libertà. È una società che ha imboccato la strada più pericolosa che aveva a disposizione, all’orizzonte non si percepisce nulla di buono, almeno fino a quando non torneremo a dire tre semplici parole: GRAZIE, SCUSA e PER FAVORE!
VIVA LA LIBERTÀ E BUON 25 APRILE A TUTTI

L’ultimo Partigiano della Banda San Marco

28 febbraio 2018

di Pietro Perini

L’ultimo Partigiano ci ha lasciato. La Brigata Partigiana Colle San Marco adesso è al completo, quei ragazzi del 43 sono di nuovo tutti insieme. Mi piace pensarli in fila, uno dietro l’altro mentre percorrono i sentieri della loro montagna. Caro William porta un bacio a mio padre. Pensare che stia accadendo tutto questo è la nostra consolazione, la speranza che ci sarà permesso di riabbracciare i nostri cari. Ma, nonostante tutto, non è giusto che una persona come William ci lasci in questo modo!
La cruda realtà alla fine è una sola: Il nostro William non c’è più, non potremo vedere mai più quella folta candida capigliatura che lo distingueva e non lo sentiremo più urlare contro i fascisti con quel suo filo di voce.
image Ma William non era un uomo qualunque, William era un uomo speciale, tanto speciale da entrarti nella mente ed andare ad occupare quel posto dove ognuno di noi tiene gelosamente custoditi quei ricordi che lo seguiranno per tutta la vita. Questo è il motivo per cui possiamo dire con certezza che William continuerà a vivere dentro ognuno di noi. La vera tragedia della sua scomparsa è rappresentata dal fatto che se ne è andato un uomo onesto, un gentiluomo, un tenero padre, una affabile nonno, un dolce marito, un amico sincero e se ne è andato anche l’ultimo Partigiano. Uomini così non dovrebbero lasciarci mai, ci dovrebbe essere concesso di godere all’infinito dei loro insegnamenti. Invece eccoci qui, intorno alla sua bara; oggi piangiamo, è naturale farlo, non c’è niente di male, dopo si prova un senso di strana liberazione. Anche William si commuoveva facilmente e questo modo di essere derivava da un’altra sua caratteristica: William era un uomo di montagna!

La gente di montagna è gente buona, gente pronta a sacrificarsi per un amico, gente umile, gente di cui ti puoi fidare, gente onesta, gente che non molla. William era la prova vivente di tutto questo. È stata anche questa passionaccia per la montagna che nel 1943 lo spinse a salire a Colle San Marco: la grande voglia di dare il suo contributo per la nostra libertà e la nostra democrazia, con la certezza di poterlo fare in un ambiente amico. William l’ultimo Partigiano. Chi ha fatto la Resistenza continua a farla per tutta la vita. L’ho visto fare a mio padre e l’ho visto fare a William. Le sue battaglie insieme al CAI, le sue battaglie per l’ambiente, in giro per le scuole a raccontare la sua vita di Partigiano agli studenti e poi la sua bomboletta. imageUn giorno, qualche mese fa, mi prese da una parte e me lo disse: la sera vado in giro con una bomboletta e cancello le scritte dei fascisti. Il Partigiano continuava ad essere il Partigiano! Da quando lo avevamo eletto Presidente dell’Anpi mi diceva che dovevo essere la sua voce. Così io scrivevo i discorsi che avrei letto durante le cerimonie e lui voleva leggerli prima: sennò tu te ne passi! Mi diceva. Era il suo modo di coniugare il suo disprezzo per i nazifascisti che aveva combattuto con
il rispetto per le Istituzioni democratiche nate dalla Resistenza. William non c’è più. Per l’Anpi la sua scomparsa rappresenta la perdita del suo ultimo Partigiano, l’ultimo testimone, l’ultimo discendente di una stirpe di uomini che da tempo le mamme non partoriscono più. Ma la sua scomparsa è una grande perdita per tutta la nostra comunità, quando se ne vanno uomini come William è come se un grande solido muro costituito da saggezza, onestà, umiltà e dalle storie di grandi uomini, perdesse un mattone mettendo in evidenza tutta la nostra impotenza perché non esiste un altro mattone fatto dello stesso materiale che può rimpiazzarlo. Ma c’è una cosa che ognuno di noi può fare, cercare di costruire un altro muro altrettanto solido utilizzando gli insegnamenti di quegli uomini, ricordando le loro storie, facendo nostri i loro comportamenti. William non c’è più ma con la sua esistenza ci ha indicato un altro sentiero da percorrere: seguiamolo senza esitazione e lui continuerà a vivere per sempre al nostro fianco.

Mercoledì 28 febbraio, l’addio al Partigiano William

27 febbraio 2018

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Ciao William, compagno partigiano

24 febbraio 2018

Con profonda commozione, l’ANPI Provinciale di Ascoli Piceno comunica la scomparsa del Partigiano William Scalabroni, Presidente Onorario, deceduto oggi all’ospedale di Ancona, ove era ricoverato a seguito dell’investimento stradale occorsogli ad Ascoli ieri pomeriggio.
William, antifascista e partigiano, amante e praticante della montagna, uomo mite e garbato, ha condotto con ferma determinazione importanti battaglie ecologiste in difesa dell’ambiente, delle tradizioni e degli usi locali.
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Già Presidente provinciale dell’ANPI, protagonista e testimone della lotta di liberazione contro i nazi-fascisti, ha saputo avvicinare i più giovani ai temi della democrazia e della tolleranza, trasmettendo loro i valori umani, civili e politici che hanno contraddistinto la sua vita.
L’ANPI è vicina ai familiari con un fraterno abbraccio.
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10 febbraio, Giornata del ricordo

8 febbraio 2018

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, con il Trattato di Rapallo (1920) e poi quello di Roma (1924), l’Italia acquisì sul suo confine orientale un territorio nel quale abitavano quasi 500.000 tra sloveni e croati.
I territori dell’Istria e della Dalmazia non erano mai stati abitati da popolazioni italiane, se non in minima parte. Dagli anni ’20 il fascismo pianificò e scatenò una violenta campagna volta ad imporre forzatamente l’ “italianità” alla popolazione jugoslava.
Con l’avvento del fascismo iniziò un processo di assimilazione forzata: vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni slovene e croate, le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi, cambiati i nomi dei luoghi. Questo generò una prima ondata di sentimento anti-italiano.
Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1941 il regime fascista e quello nazista attaccarono e occuparono quasi tutta la Jugoslavia, lasciandosi andare a uccisioni e brutalità di ogni genere. Vennero approntati, sia nel territorio italiano che in quello jugoslavo occupato, un gran numero di campi di concentramento, nei quali oltre ai detenuti di etnia slava vennero spesso rinchiusi anche migliaia di antifascisti italiani e stranieri di varie nazionalità. Gran parte degli slavi, fra cui anche vecchi, donne e bambini, trovarono la morte per inedia, malattie, torture o soppressione fisica, come peraltro espressamente richiesto da Mussolini, che chiedeva «l’annientamento di uomini e cose».
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I primi partigiani jugoslavi iniziarono la loro lotta antifascista sin dal luglio 1941. I nazifascisti tentarono inutilmente in tre riprese il loro annientamento. Il primo tentativo fu realizzato nell’ottobre 1941 e si avvalse anche di vere e proprie azioni terroristiche verso i civili (ad esempio l’eccidio nazista di 7000 abitanti di Kragujevac). Il secondo fu attuato nel marzo 1942, quando il Comando superiore armate Slovenia e Dalmazia (poi detto Supersloda) inviò a tutti i reparti la circolare 3C. Questa circolare conteneva ordini di una ferocia inaudita come, ad esempio: “Internare, a titolo protettivo, precauzionale e repressivo, individui, famiglie, categorie di individui delle città e delle campagne e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali; si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno perseguiti. Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostreranno timidezza e ignavia”. La terza grande offensiva si svolse nell’estate 1942, sotto la direzione del generale Mario Roatta, e si concluse, come gli altri due tentativi, con grandi massacri di civili, ma senza riuscire a scalfire la forza e il coraggio dei partigiani jugoslavi, ai quali si univano molti partigiani italiani di orientamento comunista.
Si preferisce non ricordare le migliaia e migliaia di civili jugoslavi trucidati dalle truppe italiane nell’ex-Jugoslavia, occupata dal 6 aprile 1941 fino all’ 8 settembre del 1943; si ignorano le migliaia di civili (donne, vecchi e bambini) morti nei campi di concentramento fascisti ad Arbe, a Gonars e in altri campi del centro-nord Italia.
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Fra gli episodi, citati da Angelo Del Boca, professore dell’Università di Torino considerato il maggior storico del colonialismo italiano, troviamo: 1000 ostaggi fucilati dall’esercito italiano nel territorio di Lubiana (ex-Jugoslavia) tra il 1941 e il 1943, 35.000 persone deportate in Italia nei campi di concentramento, di cui 4.500 morte nel campo dell’isola di Arbe.
Quando si parla degli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia non si deve dimenticare che gran parte di questi erano stati impiantati in quei territori artificiosamente dal fascismo e spesso del regime erano stati collaboratori attivi.
I fascisti da sempre hanno cercato di far passare la tesi dello scontro tra italiani e jugoslavi; in realtà nella Venezia Giulia vi è stata una resistenza forte e radicata in cui alcune formazioni partigiane jugoslave e italiane operavano congiuntamente contro i nazifascisti (italiani, tedeschi e jugoslavi).