1Maggio 1944, 1Maggio 2019, in ricordo dei Partigiani Marini e Rabitti, fucilati dai fascisti ascolani a Porta Romana

1 maggio 2019 Lascia un commento »

Ascoli 1 maggio 1944
Non dimentichiamo, non perdoniamo
“…eseguita su ordine del Torregrossa da Vannozzi-Spurio-Poloni-Roscioli Fiorino-Stella-Di Vito-Canala-Dini-Ten. Bonfigli dei guastatori-Trasatti-Amici Angelo… (rimane fermo che tutti i plotoni di esecuzione erano composti da volontari)”
(tratto dalla relazione di Ercolani Ercolano del 15-8-44)image
“28 aprile 1944 – Elementi della seconda banda o compagnia di Rani fra cui Marcello Marini e Mario Rabitti, piombano su Falerone, bloccando tutti gli accessi al paese. Venuti a conoscenza che poche ore prima una formazione armata di una cinquantina di tedeschi aveva precettato delle macchine civili ma che non avevano potuto asportarle dal luogo per mancanza di gomme, e venuti pure a conoscenza che entro tre o quattro giorni sarebbero ritornati, con le gomme necessarie, a prelevarle, procedettero alla completa inutilizzazione dei motori delle macchine stesse. Con questa azione le macchine furono salvate e dopo la liberazione hanno potuto ricamminare a beneficio della cittadinanza del luogo.
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29 aprile 1944 – Elementi della seconda banda o compagnia di Rani e precisamente Rani d’Ancal, Marcello Marini, Mario “Modena” Rabitti, con una macchina civile fecero il giro dell’intera zona, per prendere contatto con antifascisti, e dove possibile, con componenti dei locali CLN. In una sola giornata Penna S. Giovanni, Loro Piceno, Falerone, Monte Vidon Corrado, Montappone, Massa Fermana vennero a conoscenza che in S. Angelo in Pantano il raggruppamento di Bande partigiane si era formato, e che chiunque, per spionaggio o collaborazione col nemico fosse denunciato con prove al comando, sarebbe stato fucilato alla schiena per tradimento alla Patria.
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30 aprile 1944 – Marcello Marini e Mario “Modena” Rabitti, rimasti dalla sera precedente nella zona della fabbrica di metano, mentre la sera suddetta Rani rientrava in S. Angelo, fermarono una “aprilia” sospetta, targata MI, nelle vicinanze di Penna S. Giovanni. Le due persone che montavano la macchina dichiaravano di essere nessuna di loro il proprietario, ma che questi si trovava a Piane di Falerone a pochi chilometri di distanza. I due partigiani che avevano avuto l’ordine di rientrare in S. Angelo salirono sulla macchina alla ricerca del proprietario. Alle Piane di Falerone la macchina fu catturata da elementi della milizia repubblicana fascista che proteggeva un raduno di bestiame per le forze armate tedesche. Ciò avveniva nel tardo mattino di quel giorno; solo la sera il comando partigiano di S. Angelo venne a sapere del fatto. Marcello Marini e Mario Rabitti vennero arrestati, perchè traditi, e portati in bocca al lupo dal padrone della macchina che non si trovava affatto alle Piane, ma era uno dei due uomini che la montavano. Nel pomeriggio i due partigiani venivano trasportati in Ascoli Piceno.
1 maggio 1944 – La sera del 30 aprile non appena si seppe la notizia, Rani, comandante il raggruppamento, partiva in compagnia di uno slavo del Gruppo Partigiano di Piobbico (Sarnano) alla volta di Fermo. Nella notte i due, che vestivano tenuta sacerdotale, catturavano due ufficiali della milizia repubblicana di passaggio in città, provenienti da Ravenna, e nativi l’uno di Milano e l’altro di Venezia. In mattinata Rani rientrò in S. Angelo, mentre lo slavo saliva la montagna sarnanese con i due ostaggi. Si procedette immediatamente a un ricatto scritto, indirizzato al comando fascista di Fermo, e a quello di Ascoli Piceno nel tentativo di salvare i due uomini presi la mattina innanzi alle Piane di Falerone. Il ricatto però non giunse in tempo perché il 1° maggio 1944 alle ore 5 del mattino, Marcello Marini e Mario Rabitti erano stati fucilati senza processo fuori di Porta Romana in Ascoli Piceno.” (tratto dalla relazione di Rani D’Ancal)
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STRAPPATE QUESTA PAGINA DAL GRANDE LIBRO
(di Alfredo Giuliani)
Fu proprio quel giorno in cui non andammo a scuola.
Avevamo deciso di saltare le lezioni fin dal giorno innanzi. Con quella primavera che sembrava un’estate era un peccato chiudersi fra le mura sporche di una scuola.
Senza mettere nel conto tutto quello che stava accadendo intorno.
Così la mattina ci ritrovammo dietro la grande casa, nel punto in cui Rua delle Stelle si restringe e piega ad angolo retto.
Simone ed io fummo i primi ad arrivare. Poi venne Giuseppe. Quindi Pietro. Tutti felici per la vacanza. Il piano era pronto. Mezza giornata sul dell’Annunziata. Alla luce, al sole e al verde. L’assalto a qualche pianta. Una grande giornata di primavera.
Mentre stavamo per lasciare l’angolo giunse di corsa lo Smilzo. Una sottospecie di bambino. Una piccola e sudicia cosa. Le spalle curve, il petto incavato. Gli occhi piccoli, vivissimi, da febbricitante, nel fondo di un musetto smunto. La pronuncia impossibile di bambino debole e petulante.
Lo Smilzo aveva il fiato grosso.
“Dicono che laffù, ci fono due mòtti!”
“Che accidenti dici” – fece Pietro che era il più grosso ma anche il più fifone.
Smilzo riprese fiato. Le zampette nere di polvere grassa e antica non stavano ferme. Poi dallo scarso sistema respiratorio venne fuori con molta fatica: “Vi dico che laffù ci fono dei morrrti”.
Sentimmo bene la “erre”.
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“I morti? Lassù?” “Dove?” “Quanti?”
Solito fuoco incrociato di domande. Nessuno credeva mai a quello che lo Smilzo diceva.
Come aveva fatto a saperlo? Lo aveva sentito dire dalle donne alla fontana.
Fuori Porta Romana ci sono due morti, per terra.
“È vero, è vero. Vi dico che è vero. Tutte le donne lo dicono. Dicono pure che sono stati i FASCISTI”.
Quella aveva l’aria di essere una balla. Che necessità c’era dei morti se la guerra stava per finire qui da noi?
I grandi dicevano che era ormai questione di giorni. Dicevano che i tedeschi stavano per abbandonare Roma: stavano per andare a farsi fottere altrove. Così dicevano i grandi.
Lo Smilzo sapeva di non essere creduto. Si sbracciava a convincerci.
Decidemmo di andare a vedere.
Lo Smilzo voleva venire con noi. Gli intimammo di stare fermo lì e di non muoversi. Lo minacciammo di prenderlo a calci. Non voleva darsene per inteso. Piangeva. Simone tentò di prenderlo per le spalle. L’insetto si tirò indietro di scatto. Era proprio deciso a non mollare.
Così, quando ci avviammo verso Porta Romana passando per le rue più nascoste, lui ci seguì a distanza, come un cane bastonato.
Vicino alla grande porta altri bambini si aggiunsero a noi. Altri ancora dopo le mura. Era tutto un pellegrinaggio di bambini. Tutti i bambini del quartiere. Altri andavano avanti a noi. E noi vedevamo il loro passo affrettato. Molti altri ancora venivano dietro. Erano tutti i bambini della città. Forse del mondo.
Non ci preoccupammo più dello Smilzo che ci seguiva a distanza mischiato con la gran folla che avanzava. Non c’era nulla al mondo più eccitante di una notizia come quella. E noi bambini andavamo avanti, con passo sempre più rapido. Nessuno avrebbe potuto distoglierci da quella cosa.
I grandi non erano con noi. Erano in prigionia o chiusi nelle case. Alcuni erano sui monti. Altri, per timore dei tedeschi e dei fascisti, erano nascosti nelle cantine. Noi eravamo i padroni della strada.
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Avanzavamo sotto i grossi platani e dicevamo forte:
“Andiamo a vedere i morti!”
Sulla destra le case erano cose morte. Avevano le porte e le finestre sbarrate. A sinistra il muro del Tiro a segno era una cosa lunga e inerte. Una grossa serpe grigia senza vita. Noi, invece, si che eravamo vivi. Noi che camminavamo in mezzo alla strada ed andavamo a vedere i morti.
Il sole era molto caldo. Il tempo lungo e infinito.
Forse era arrivata già l’estate e noi non ce n’eravamo accorti. Sapevamo solo che c’era la guerra e che andavamo a vedere i morti, fuori Porta Romana.
Oltrepassammo il muretto sopra la “fontana dell’appetito”. Sentimmo lo scroscio dell’acqua fresca giù in basso. Ci accostammo al muro. Una donna col petto fuori del vestito stava lavando un lenzuolo. Sudava e le grosse palle bianche del petto andavano su e giù.
La donna guardò in alto e disse:
“Perché non andate a scuola? Non è spettacolo per bambini, vedere i morti!”
Ci fermammo un attimo a guardare la donna grassa ed i suoi seni enormi e bianchi. Poi riprendemmo a camminare senza rispondere.
Oltre il Tiro a segno c’era la campagna aperta e tanta luce. Il sole era più grande ed era più luminoso. Guardammo oltre la siepe, appena verde. Di là i vasti campi di grano ancora verde, gli alberi verdi ed il cielo azzurro sopra la collina di S. Giorgio.
Andavamo compatti come soldati. Ci sentivamo, tutti insieme, molto forti.
Eppure non c’era nessun grande con noi. Giuseppe dava la mano allo Smilzo, io a Simone, Pietro ad un bambino sconosciuto. Tutti ci tenevamo per mano e andavamo avanti.
Non gridavamo più “andiamo a vedere i morti!”.
Eravamo silenziosi e seri.
E quando fummo sul posto e vedemmo i due per terra con la testa contro la siepe e la terra rossa era molto difficile respirare.
Ma quello che vedemmo non era vero. Non era vera una cosa raccontata dallo Smilzo.
Non può essere vera un’erba rossa. E la terra rossa. E le bianche margherite macchiate di rosso. E un mondo tutto rosso.
Non sono veri i giovani con la bocca sulla terra ed i capelli scomposti e raggrumati. La testa spappolata. Lo sguardo immobile e vicino la terra rossa.
Le mani grandi e aperte. Il vestito lacerato e sporco. Sporco di rosso qua e là da far male agli occhi.
Non era vero niente di quello che i bambini di Ascoli videro il 1 maggio 1944.
Qualcuno poi disse che gli uomini avevano vagato per tutta la notte. I due avanti e gli altri dietro.
Non si riusciva a trovare un posto adatto per fare ciò che si doveva fare. In un posto non si poteva per un motivo, in un altro non si poteva per altra questione. Lì era troppo in vista, qua era troppo nascosto.
Chissà qual è il posto buono per fare certe cose.
Poi fu scelto un luogo a fianco della strada. Al di là del fiume c’era il cimitero. Dietro i due un bel terrapieno. Era proprio il posto adatto.

La stele com'era...

La stele com’era…


Iddio aveva scelto la notte per quella faccenda. Nel buio si confusero le idee e le ombre. Solo le ombre si mossero in quella notte. E ciò che accadde non era vero.
Quando fu l’alba e verso la marina il sole rosso uscì gocciolante dall’Adriatico, si compì il destino dei due. La vernice rossa del grande sole rimase sull’erba, sulla terra, fra i capelli dei due, ovunque si fermò la luce dell’astro.
Poi vennero i pompieri con l’acqua e la sabbia. L’acqua e la sabbia non possono cancellare la luce del sole. L’acqua e la sabbia si tinsero anch’esse di rosso.
Gli uomini non riuscirono a cancellare le tracce di quanto era accaduto nella notte.
Ci fu qualcuno che cacciò i bambini.
Quando rientriamo dentro le mura della città non eravamo più bambini.

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