Dopo la sentenza di Bari, applicare fino in fondo la Costituzione: scioglimento di CasaPound e sgombero della sede occupata
La sentenza pronunciata oggi dal Tribunale di Bari, con la condanna di dodici militanti di CasaPound per il reato di riorganizzazione del partito fascista, non rappresenta soltanto un passaggio giudiziario rilevante. Essa riapre con forza una questione politica e giuridica che l’ordinamento italiano non può più eludere: l’effettiva applicazione del divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista.
La XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione è inequivoca: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Tale precetto non è una dichiarazione simbolica, ma una norma vincolante, resa operativa dalla legge n. 645 del 1952 (legge Scelba), che punisce la riorganizzazione del partito fascista e disciplina lo scioglimento delle organizzazioni che perseguano finalità antidemocratiche proprie del fascismo.
Quando un tribunale della Repubblica accerta, con sentenza, la sussistenza del reato di riorganizzazione del partito fascista, non siamo più nel terreno dell’opinione o della polemica politica. Siamo nell’ambito di un accertamento giudiziale che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni nel dare piena attuazione alla Costituzione.
In questo quadro, la richiesta di scioglimento di CasaPound non si configura come un atto di repressione ideologica, ma come l’esercizio di una prerogativa prevista dall’ordinamento a tutela della democrazia costituzionale. La democrazia italiana non è neutrale rispetto a chi ne contesta i fondamenti; è una democrazia “militante”, che ha scelto di impedire il ritorno di un’esperienza storica fondata sulla soppressione delle libertà, sulla persecuzione politica e razziale, sull’abolizione del pluralismo.
A ciò si aggiunge un ulteriore profilo: la sede romana di CasaPound, occupata abusivamente da anni. Anche su questo versante, la questione non è politica ma giuridica. L’occupazione sine titulo di un immobile pubblico o privato costituisce una violazione della legge e mina il principio di legalità. Non può esservi tolleranza selettiva quando si tratta di organizzazioni che, per di più, risultano coinvolte in condotte penalmente rilevanti legate alla riorganizzazione del partito fascista.
Lo sgombero della sede occupata non è un atto simbolico, ma un’affermazione concreta del primato della legalità.
Vi è, infine, un profilo più ampio che riguarda la memoria e la coerenza istituzionale. L’Italia repubblicana nasce dalla sconfitta del fascismo e dalla Resistenza. Le celebrazioni ufficiali, le dichiarazioni solenni e gli impegni formali contro ogni rigurgito autoritario rischiano di apparire vuoti se non trovano riscontro in atti concreti quando la magistratura accerta condotte riconducibili alla riorganizzazione del partito fascista.
Chiedere lo scioglimento di CasaPound, alla luce della sentenza di Bari, significa chiedere coerenza tra principi costituzionali e azione amministrativa. Chiedere lo sgombero della sede occupata significa riaffermare che la legalità non è negoziabile.
Spetta ora al Governo, nel rispetto delle competenze e delle procedure previste dalla legge, valutare gli atti e assumere le decisioni conseguenti. Spetta alle istituzioni dimostrare che la Costituzione non è un testo commemorativo, ma un patto giuridico e politico che continua a vincolare la Repubblica.
La sentenza di Bari non chiude una stagione: la apre. È il momento di decidere se il divieto di riorganizzazione del partito fascista resti una formula astratta o diventi, finalmente, un principio pienamente operativo.


